Il briefing insanguinato
Si chiama Michael Adebolajo il nero che con le mani insanguinate ha chiesto e ottenuto a Londra, Woolwich, il favore di una telecamera in orario di early prime time per dichiarare con orgogliosa sicurezza, in un rap dell’orrore, le motivazioni che lo avevano appena spinto a sgozzare un soldatino britannico e a gettare il suo corpo martoriato in mezzo alla strada. E’ una prima volta delirante, ma è una prima volta. Commesso il fatto, è seguita subito una conferenza stampa, un briefing allucinato ma professionale. Il media fortunato è la Itv, ma la Bbc ha subito rilanciato, in sintonia con tutte le televisioni del mondo, le immagini e le parole dell’assassino, un radicale islamico.
16 AGO 20

Si chiama Michael Adebolajo il nero che con le mani insanguinate ha chiesto e ottenuto a Londra, Woolwich, il favore di una telecamera in orario di early prime time per dichiarare con orgogliosa sicurezza, in un rap dell’orrore, le motivazioni che lo avevano appena spinto a sgozzare un soldatino britannico e a gettare il suo corpo martoriato in mezzo alla strada. E’ una prima volta delirante, ma è una prima volta. Commesso il fatto, è seguita subito una conferenza stampa, un briefing allucinato ma professionale. Il media fortunato è la Itv, ma la Bbc ha subito rilanciato, in sintonia con tutte le televisioni del mondo, le immagini e le parole dell’assassino, un radicale islamico.
Bin Laden, rammentandolo da vivo e da latitante della giustizia americana, aveva rivendicato con gusto macabro l’11 settembre, dicendosene titolare. Ma era una cavernosa narrazione, non un briefing sul posto, in diretta non differita.
Bin Laden, rammentandolo da vivo e da latitante della giustizia americana, aveva rivendicato con gusto macabro l’11 settembre, dicendosene titolare. Ma era una cavernosa narrazione, non un briefing sul posto, in diretta non differita.
Gli altri terroristi islamici radicali, per esempio un Mohammed Atta, furono ripresi dalle telecamere quando facevano il check-in e si apprestavano a salire sugli aerei che avrebbero dirottato sulle Twin Towers nel fatale giorno del settembre 2001, ma il loro lavoro è testimoniato da diari, resoconti più o meno sacrali sulla preparazione dell’attentato mostruoso, ed è intercettato in struggenti conversazioni dei passeggeri al telefonino con i loro cari a terra, prima dello schianto. Non ebbero nulla da dichiarare e nessuno da briffare in modo così aperto, spontaneo e allucinatorio. Lo stesso per i kamikaze, che possono incontrare una telecamera di sguincio, ma hanno l’obiettivo, anche loro, di fare notizia e diffondere terrore attraverso il gesto stragista, al quale seguiranno ovviamente la comunicazione del fatto, il conto delle vittime, eventuali rivendicazioni politiche.
Non c’è da fare della semiologia insanguinata. L’Italia sa quanto contino il trattamento che si riserva alle comunicazioni del terrore e la specifica deontologia relativa (pubblicare? non pubblicare?). Lo sa dagli anni Settanta, quando i volantini delle Br, le foto dalla prigionia di Moro, i depistaggi e gli annunci diedero un saggio della potenza geometrico-mediatica della guerriglia e degli atti di violenza urbana nel mondo postmoderno. Ora sappiamo qualcosa di nuovissimo e diversissimo. L’orgogliosa e sfrenata sicurezza di sé del fanatizzato islamico produce con il delitto, e in modo perfettamente complementare, la sua comunicazione via tv, a favore di telecamera. Questo rende i mass media direttamente e inconsapevolmente responsabili della dominante modalità della barbarie.